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workshop Nocera

Portaalmare

Vedi, in questi silenzi in cui le cose s’abbandonano e sembrano vicine a tradire il loro ultimo segreto, talora ci si aspetta di scoprire uno sbaglio di Natura, il punto morto del mondo,  l’anello che non tiene, il filo da disbrogliare che finalmente ci metta nel mezzo di una verità. (E. Montale, Ossi di seppia)

Appoggiato stancamente lungo la riva di una spiaggia calabrese, vi è un grande capannone in calcestruzzo la cui unica utilità sembra quella di far riecheggiare il rumore delle onde nel vuoto delle sue pareti scomposte e di incorniciare, con le sue grigie e geometriche aperture, tele della colorata natura circostante. Le fondazioni scarnificate e corrose sono l’evidenza che nel confronto con la viva forza del mare, un oggetto abbandonato privo di funzione sia destinato a divenire un relitto, una controparte senza facoltà di replica nel dialogo con il mare.

Il destino che vede l’artefatto sconfitto e la natura imporsi protagonista, parrebbe scritto nella contrapposizione formale tra il carattere rigidamente modulare dell’elemento pre-costruito e quello imprevedibile e irregolare dell’elemento naturale. Tuttavia accettando e assumendo l’ossimoro regolarità e casualità quale premessa fondamentale, è possibile riaprire un dialogo tra Uomo e Mare che abbia come risultato quello di conferire una nuova identità al costruito e alla scena circostante, permettendo che i due elementi si influenzino vicendevolmente, fino a pervenire ad una nuova sintesi e ricondurre l’Uomo, avvenuto a compromessi, verso il Mare.

Due percorsi che rappresentano altrettanti possibili esiti del confronto tra i dualismi riscontrati: mare-uomo, naturale-artificiale, irregolare-geometrico.

Il primo è un tragitto in riva al mare, protetto da massi regolari nella forma, ma accatastati in (apparente) modo casuale, che si piega frastagliato per compiacere l’andamento irregolare della costa – proteggendola –  pur sostituendo alle curve naturali una linea spezzata. Il Tirreno, con le sue forti maree, è artefice nel disegnare il litorale e l’uomo si trova costretto ad assecondarlo, cautamente.

Il secondo percorso è un asse visivo che riprende la direzione del lungomare costruito (testimone di un recentissimo intervento comunale) prolungandola fino a noi per mezzo di una successione di portali, a loro volta marcatori di secondari tragitti trasversali  che lentamente raggiungono il mare.

Un razionale segno umano, quest’ultimo, consapevolmente imposto, che non scende a compromessi con l’andamento del terreno rimanendo pertanto (volutamente) non percorribile per legittimare quella idea iniziale di prospettiva che ne risulta così ben definita.

PROGETTO: Nicola Amantea, Donato Diquattro, Eleonora Samaritan, Davide Scomparin

Prof. Esther Giani

 

workshop nocera

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workshop nocera

Biennale in love: Questo catalogo non ha come fine il mero voyeurismo ma tramite i vari espedienti di volta in volta usati si vuole descrivere la sensazione, la fisicità dell’amore inteso in tutte le sue possibili esternazioni.

Amore: termine generico quanto criptico, diretto quanto sfaccettato, abusato quanto nebuloso. Dal grande nord all’estremo sud del pianeta il motore del nostro fare è unico e va ricondotto a questo sentimento. Passione, contatto frustrazione, agire, non agire: ogni volta che sentiamo questa parola mille sono le reazioni e i pensieri che può suscitare sono i più svariati. Solitario, inaccessibile, platonico, casto ma anche sadico, perverso, provocante, sensuale e carnale: infiniti sono i modi come infiniti i risultati, i soggetti, i mezzi.  La molteplicità e la sua esasperazione sono al centro dell’articolo di Superstudio, si va dalla descrizione dell’amore del filosofo per il sapere a un’immagine della pedofilia, dalla coppia di amanti alla meretrice: tutto fa parte di unico universo, tutto si riduce a un’unità che sia data da uno spunto sessuale, spirituale, di interessi o di convenienza. Il processo però non è immediato, al centro delle nostre azioni c’è sempre una macchina, un dispositivo che permette di esternare questo sentimento che altrimenti si è sempre più incapaci di trasmettere come se i retaggi dati dalla cultura, dall’educazione, dal contesto sociale siano ingombro, un fardello da cui non riusciamo a svincolarci per dare un visione completa del nostro essere. Come suffragato dalla teoria di Darwin non sopravvive il più forte ma chi si adatta, in questo l’uso del dispositivo, dell’aiuto del mezzo tramite il quale si giunge al fine; durante il corso della storia questo mezzo è sempre cambiato, se Dante per celebrare Beatrice la porta virtualmente in Paradiso al giorno d’oggi il limite si è spostato, sempre di più i tabù sessuali vengono superati in un continuo osare e voler provare il diverso, l’ignoto. La ricerca incessante, la continua voglia di cambiamento, il rompere una routine che può risultare tranquillizzante ma non appagante e quindi scomoda portano a una continua ricerca di novità che può sfociare nel morbo, nella frustrazione nell’ossessione che può risultare una vera malattia. In questa continua ricerca l’amore si relazione con l’architettura, architettura come esternazione di sé in un oggetto ma anche come passione per ciò che si fa, architettura come scelta del proprio progetto personale e su ciò che si pretende dalla propria vita. Per indagare questo tema abbiamo sviluppato la nostra ricerca in vari ambiti tra loro connessi considerando anche l’apporto esterno dato dalla conferenza di Flavio Albanese. La ricerca è iniziata basandosi sui modi in cui si manifesta l’amore nelle varie parti del mondo elaborando quindi un catalogo di riti riguardanti questo tema. Successivamente si è pensato di collocare questi riti nei vari padiglioni della Biennale di Venezia così da creare una Biennale sul tema dell’amore che nei vari padiglioni descriva i vari rituali e le varie tradizioni. Oltre a questo si sono ricercati vari luoghi dove si manifesta l’amore e dividendo le architetture nelle categorie di amor sacro e amor profano si sono messi a confronto vari edifici e vari luoghi che ospitavano una tematica comune osservata però nelle due ottiche. Per la realizzazione del lavoro riguardante la Biennale si è partiti dalla ricerca e dalla selezione di alcuni riti da ogni parte del mondo, si è scelto poi il sito della Biennale perché da sempre Venezia è vista come una città per l’amore sia nel senso romantico sia carnale e la Biennale è il luogo per l’esposizione, il modo in cui la città mostra la sua modernità e accoglie i vari spunti dal mondo. In maniera più metaforica il sito della Biennale si può comunque accostare all’amore infatti come l’amore crea speranze e aspettative ma è comunque, come ogni cosa umana finita e limitata, così i Giardini a Castello rimangono chiusi per la maggior parte dell’anno creando un’aspettativa su ciò che verrà esposto ma che comunque rimarrà in questo sito per un periodo limitato. Oltre a questo i padiglione sono nati come involucro, quindi possono essere associati al dispositivo, un dispositivo che la città dell’amore per antonomasia usa per esternare ciò che tra le sue calli e i suoi campielli avviene e come può essere relazionato con ciò che succede nel resto del mondo che è solo apparentemente dissimile ma sempre mosso dalla stessa spinta propulsiva. Si è quindi pensato di creare un catalogo usando il libro “I padiglioni della Biennale” di Marco Mullazzani: rielaborando questo testo con aggiunte, sottrazioni e manipolazioni si vuole per ogni padiglione descrivere il rito che può essere svolto al suo interno. L’associazione riti-padiglione avviene per varie analogie infatti come entrando in ogni padiglione ci si confronta ed associa con la cultura che questo padiglione rappresenta così allo stesso modo ci si vuole avvicinare ai riti riuscendo a coinvolgere chi vi si avvicina; oltre a ciò nella scelta del padiglione si è tenuto conto delle sue caratteristiche architettoniche per scegliere quello che più facilmente potesse offrire degli spunti per descrivere il rito che veniva rappresentato al suo interno o nei suoi pressi.

 

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workshop 2

risultati del workshop 2

nel workshop 2 abbiamo lavorato a strutture insediative flessibili e trasformabili, duttili alle diverse specificità di contesto urbano, territoriale, sociale; prevedendo una dotazione minima di elementi infrastrutturali con possibilità di accrescimento nel tempo delle singole unità insediative, costruendo un sistema ‘poroso’ che possa essere modificato anche attraverso forme di partecipazione diretta. E’ un’applicazione speri-mentale con l’obiettivo di predisporre un possibile prototipo.Le combinazioni variabili sono anche dettate dalla diversità dei contesti, prevedendo un adattamento a differenti morfologie del suolo in luoghi con predominante paesaggistica e storica, come nel caso dei numerosi centri minori abruzzesi colpiti dal sisma che costituiranno da sfondo e da destinatario dei lavori prodotti. Un’altra finalità è quella di predisporre sistemi a bassa densità e con alti requisiti di ‘naturalità’ dell’insediamento, allo scopo di renderne più facile, dopo la fase di emergenza, la trasformazione in strutture e spazi pubblici.
PROF.CARMEN ANDRIANI
PROGETTO: Davide Scomparin

workshop 2

workshop 2

workshop 2

workshop 2

workshop 1

Elaborati per l’esame del workshop 1

ll Workshop 1 ci ha permesso di approfondire il tema della residenza. Il lotto si trova nel comune di Arquà Petrarca, nel cuore del Parco Regionale dei Colli Euganei, in provincia di Padova.
L’area è già Urbanizzata, pertanto destinazione d’uso e cubatura erano già determinati. Lo scopo principale era quello di riuscire ad ottenere un buon progetto di architettura,
che riuscisse ad integrarsi con il paesaggio e l’edificato esistente, rispettando i vincoli imposti dagli strumenti urbanistici. Il progetto prevede la realizzazione di 19 unità abitative disposte su due
livelli: al piano terra troviamo le unità con una o due camere, al piano primo sono state collocate le unità abitative con tre camere. In tutti gli alloggi l’accesso è indipendente e le abitazioni del primo livello sono dotate di un giardino privato realizzato sul tetto verde. Quest’ultimo copre le unità del piano terra e oltre a garantire un maggior isolamento termico e acustico degli alloggi, contribuisce integrare l’intervento con il paesaggio e ne limita l’impatto.
Il rapporto con il contesto circostante e il radicamento al luogo viene poi completato dall’andamento irregolare del corpo di fabbrica, che si adatta alla morfologia del lotto e delle curve di livello.
PROF. FABRIZIO FONTANA
PROGETTO: Davide Scomparin – Gianluca Stefani

workshop 1

workshop 1

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